on 1 dicembre 2014

MANFREDI GIOACCHINI

scatti di LUCE

Nell’epoca dell’estenuante rincorsa alla perfezione estetica, c’è ancora chi misura l’incidenza
dell’immagine con l’inesauribile potenza della luce.

Soffermarsi sul quotidiano meno epico. Catturarlo per la storia che ci racconta, per quello che silenziosamente ci vuole insegnare. L’amore per l’immagine, immortalata con mano abile ma spensierata, l’amore per una fotografia densa di esperienze passate, in cui visi, sagome e metropoli vissute intimamente, vengono tratteggiati nei suoi bianchi e neri. Che il risultato sia a colori o monocromatico, l’obiettivo è sempre lo stesso: riuscire a ottenere dal gioco di luci l’essenza di un paesaggio, la suggestione di un movimento, l’immediatezza dei dettagli, in modo tale che il singolo scatto riesca a catturare l’attenzione dell’osservatore con potente e incisiva curiosità. Ci troviamo di fronte a fotografie che restituiscono un’immagine incredibilmente affascinante di mezzo globo terrestre: terre arse dell’Africa, calde luci californiane, viste aeree di fredde capitali europee e la magnificenza architettonica della Grande Mela. Nonostante l’immensa differenza che li contraddistingue, ogni scatto riesce a colpire per la grande immediatezza in grado di trasmettere.
Il risultato è un’illustrazione malleabile ma fedele di ciò che ci circonda. È così che Manfredi Gioacchini, fotografo romano di 27 anni, vissuti tra Italia, Tokyo, Londra, New York, Tanzania e Los Angeles, interpreta la fotografia: è riflesso delle esperienze che lo hanno portato in giro per il mondo. Ciò che noi amiamo di più nei suoi scatti è, senza dubbio, la spontaneità con cui riesce a raccogliere e a raccontarci storie e attimi di creazione spensierata ma, allo stesso tempo, ricca di cenni autobiografici.

 

Spontaneo come i suoi lavori, ha deciso di raccontarsi a noi.

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Los Angeles, New York, Londra… Ma le tue origini sono italiane. Cosa cercavi (o stai ancora cercando) all’estero?

Innanzitutto, ci tengo a dire che sono felicissimo delle mie origini italiane, le porto con me ovunque vado; grazie a quelle sono riuscito a raggiungere dei risultati importanti nella mia carriera. All’estero cerco di mettermi in gioco e in “competizione” con il mondo. Credo che sia fondamentale viaggiare per il lavoro che faccio e grazie a questi viaggi ho sempre l’opportunità di crescere.

So che hai vissuto per un certo periodo in Tanzania. Un posto dal fascino e dalla bellezza innegabile. Tu, da lì che cosa ti sei portato via?

L’Africa è il continente che amo di più in assoluto. Uno dei miei fotografi preferiti, Peter Beard, fece una mostra e un libro dedicati a questo posto meraviglioso, intitolati “The End of the Game”. Tuttora vive tra il Kenya e New York, io vedo il suo lavoro e la sua vita come fonte di grande ispirazione. Per quanto riguarda la Tanzania, viverci mi ha dato moltissimo, soprattutto dal punto di vista umano. Credo che sia l’unico posto dove mi sono davvero messo in gioco, relazionandomi con chiunque: dal ‘vecchio’ Inglese colone all’Israeliano che lavora con le perle, al Masai che si è trasferito nella grande città per trovare lavoro.

C’è qualcosa nei tuoi lavori riconducibile a quel periodo?

Senza dubbio i miei ritratti e le foto aeree. Ma, soprattutto, dopo quell’esperienza credo di essere diventato più istintivo con le mie fotografie.

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Molti dei tuoi ritratti sono in bianco e nero, c’è una motivazione dietro la tua scelta? È una controtendenza?

Beh, il bianco e nero è poesia. Come la musica classica, non ha tempo né dimensione. Sicuramente grazie a William Eggleston, (uno fra i primi a sdoganare l’uso del colore nella fotografia d’arte. ndr) il mondo fotografico è cambiato radicalmente. Trovo quella tipologia di fotografia stupenda, mi piace e affascina fare dei progetti fotografici segnati da luci calde (soprattutto del West Side), ma il ritratto è una cosa a sé. Troppo personale per definirla una controtendenza. È il mio punto di vista.

E qual è il tuo punto di vista sulla fotografia? Cosa rappresenta per te?

La penna per lo scrittore o le note nel pentagramma, per me senz’altro la fotografia è riflesso della mia prospettiva e nei miei ritratti credo diventi anche strumento per conoscere persone e luoghi straordinari.

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L’esperienza di vita che più ti ha segnato, cambiando la tua prospettiva?

Vivere a stretto contatto con artisti che ammiro mi segna tutti i giorni, senz’altro il vivere a New York è un momento ininterrotto di osmosi, capace di cambiare la mia visione in modo impercettibile ogni giorno. Credo però, senza dubbio, che l’esperienza più significativa, sia stata vivere in Africa.

In un paese come la Tanzania, la poesia sembra risiedere in ogni elemento, la bellezza e la perfezione dei meccanismi della natura possono essere apprezzati come in pochi altri posti al mondo. Bellezza che noi stiamo distruggendo con una pessima gestione della modernizzazione. È la decadenza dell’uomo di fronte alla natura?

C’è un documentario stupendo e allo stesso tempo paralizzante, con protagonista Peter Beard – di cui già ho accennato la mia ammirazione – che parla proprio di questo problema.

In questo mondo, noi umani, siamo semplicemente troppi. La cosa che aggrava la sovrappopolazione è la completa mancanza di educazione sugli effetti reali che il nostro stile di vita (anche il mio) ha sul sistema Terra. Come hanno affermato Obama e Rifkin, il presidente della Foundation on Economic Trends, sono convinto che serva una terza Rivoluzione Industriale. Partendo dalla Cina, primo Paese per quantità di emissioni nocive al mondo, agli stati africani dove lo sviluppo equivale al mero sfruttamento delle risorse. Abbiamo accesso a tecnologie che ci permetterebbero di essere meno invadenti sulla natura e quindi di vivere in sinergia con essa. Utilizziamole!

Attraverso il tuo obiettivo, sei riuscito a scovare una via d’uscita?

Grazie ai viaggi che ho fatto, ho senz’altro avuto modo di vedere i risultati del nostro stile di vita, nel bene e nel male. Grazie alla fotografia e alla lettura, ho scoperto che la compassione e la comprensione degli errori fatti sono, senza dubbio, una buona via di fuga.